| 19 Maggio 2017|Formazione|Commenti disabilitati su PERCHE’ QUANDO PARLIAMO DI “FORMAZIONE”
DOVREMMO DIRE ANCHE “ALFABETIZZAZIONE”

La formazione digitale viene ancora vista come un utile (spesso indispensabile) approfondimento legato ai cambiamenti tecnologici. Approfondimento destinato però, per la gran parte, a determinate categorie di persone: professionisti, imprenditori, specialisti della comunicazione, addetti a settori socio-economici attraversati dalla transizione digitale (quindi praticamente tutti).

Il punto è che oggi la formazione digitale ci riguarda tutti. Ma proprio tutti: grandi e piccini, giovani e anziani, veterani e del lavoro e giovani alle prime armi. Se vogliamo possiamo anche chiamarla “alfabetizzazione digitale”, ovvero quel processo di apprendimento e – soprattutto – di consapevolezza, che ci rende più attrezzati e più pronti rispetto al cambiamento, ma soprattutto ci toglie quell’ansia di inadeguatezza che in molti casi diventa una parete a picco che non si può né scalare né aggirare. Il pensiero di molti: siccome Internet mi incute soggezione, io nego Internet e i suoi strumenti: non ne voglio sapere niente. Una reazione frequente ma destinata semplicemente a determinare un’emarginazione spesso dannosa.

La formazione digitale oggi dovrebbe essere materia didattica sin dalle scuole elementari. Allo stesso tempo, lo Stato dovrebbe farsi carico di lavorare sul “digital divide” favorendo e incoraggiando una graduale alfabetizzazione delle persone che finora si sono sentite escluse dalla rivoluzione tecnologica. Perché, per l’appunto, di rivoluzione si tratta, e nessuno – nessuno! – può chiamarsene fuori, se non altro perché questo enorme processo “disruptive” finisce per riguardare figli, nipoti, amici e tutti coloro che in un modo o nell’altro devono farci i conti.

Dal saper usare un motore di ricerca al corretto utilizzo delle email, dalla consapevole gestione dei social alla giusta percezione delle news in rete, sono molti i temi che possono contribuire a sconfiggere l’analfabetismo digitale. Da qui bisogna partire per un Paese che non voglia sentirsi ruota di scorta.

 

di Luigi Carletti - Presidente Typimedia