| 28 Maggio 2017|Formazione, Social media|0 Commenti

E’ un tema potenzialmente sconfinato, quindi non pretendiamo certo di esaurirlo in poche righe e nelle prossime settimane ci torneremo sopra, ma intanto qualche breve cenno lo possiamo fare: parliamo del “fattore umano” nel percorso di un’impresa editoriale, oggi. Ovvero, parliamo principalmente di chi dovrebbe esercitare il ruolo di ideatore, creatore e gestore dei contenuti: il content editor o, per dirla alla vecchia maniera, il giornalista.

La crisi dell’editoria ha fatto sostenere a una serie di “guru” ben pagati (spesso dagli stessi editori) che il giornalismo è morto, e se non è morto sta comunque piuttosto male. L’idea mainstream che si è tentato di far passare (spesso con successo) è che il giornalismo come lo si intendeva una volta non ha più senso perché oggi tutto passa per i social network, per il citizen journalism, per gli aggregatori di notizie ecc ecc. Uno sconfinato bla bla in questi ultimi anni ha fatto da sottofondo alla crisi progressiva e spesso drammatica dei media tradizionali, con il paradosso comico che i vari annunciatori del declino e della fine imminente venivano chiamati sul palco dei vari convegni e di inutili festival del giornalismo ma poi (tu guarda le coincidenze!) erano gli stessi che avrebbero dovuto trovare soluzioni nelle aziende per le quali esercitavano (ed esercitano) un ruolo di responsabilità, solitamente molto ben retribuito.

In tutto questo – tra manager ansiosi di tagliare teste e testate – nessuno che si sia fatto tre semplici domande:

  1. Non è che per caso facciamo prodotti editoriali il cui pubblico è notevolmente cambiato, e dunque “ricerca e sviluppo” non sono bestemmie ma l’unica speranza che abbiamo per indirizzare al meglio il nostro lavoro?
  2. Non è che – rispetto al target tradizionale, il cosiddetto “zoccolo duro” – i nostri prodotti vengono percepiti come qualcosa che in questi anni è nettamente peggiorato perché, noi per primi, abbiamo mollato sul piano della qualità (leggi affidabilità, puntualità, completezza ecc. ecc.)?
  3. Non è che è mancata – drammaticamente – un’adeguata formazione professionale dei nostri giornalisti (le famose risorse umane) per cui abbiamo creduto che costringerli a fare un po’ di addestramento sui social network fosse sufficiente a parlare di “evoluzione multimediale”?

Ecco, forse rispondendo a queste tre domande si scoprirebbe che la figura del giornalista non solo è ancora centrale, ma che il tema della qualità di ciò che si produce non può transigere dall’impegno, dalla professionalità e – soprattutto – dall’affidabilità di chi realizza i contenuti. Sciatteria, pressapochismo e abbandono delle antiche buone pratiche del giornalismo sono i migliori alleati del declino di una categoria e di un intero settore.

di Luigi Carletti - Presidente Typimedia